CIJUREP, revista digital del Centro de Investiga-ciones Jurídico-Políticas, Año 5, Núm. 6, julio-diciembre de 2019, Universidad Autónoma de Tlaxcala, ISSN 2395-9460. 


Gli stranieri e il carcere: ¿seconda                                       marginalizzazione o canale di integrazione?

 

Extranjeros y prisión: ¿segunda marginalización o  canal de integración?

 

Vincenzo Scalia*

 

 

Fecha de recepción: 30 de septiembre de 2021

Fecha de aceptación y versión final: 10 de noviembre de 2021

 

Resumen

A consecuencia de las oleadas migratorias que han afectado a la sociedad italiana, los prejuicios de la población local en relación con las personas extranjeras son notorios.

Estos prejuicios se han reforzado, además, debido a que un alto porcentaje de los presos en las cárceles italianas son extranjeros, en su mayoría procedentes de los países del Magreb, los del otro lado del Adriático y de África centro-oriental, a excepción de Rumanía, los países más representados dentro de este singular ranking penitenciario no forman parte de la Unión Europea.

Así, este trabajo analiza la condición de los extranjeros en las cárceles italianas a partir de los datos relativos a su presencia y nacionalidad, respecto de su posición judicial, acceso a medidas alternativas y hechos críticos, este análisis ha denotado elementos críticos, pero también interesantes transformaciones y perspectivas de cambio a futuro.

 

 

 

Riepilogo

A seguito delle ondate migratorie che hanno colpito la società italiana, sono noti i pregiudizi della popolazione locale nei confronti degli stranieri.

Questi pregiudizi si sono anche rafforzati, per il fatto che un'alta percentuale di detenuti nelle carceri italiane sono stranieri, per lo più provenienti dai paesi del Maghreb, dall'altra sponda dell'Adriatico e dall'Africa centro-orientale, ad eccezione della Romania, del i paesi più rappresentati all'interno di questa singolare classifica carceraria non fanno parte dell'Unione Europea.

Pertanto, questo lavoro analizza la condizione degli stranieri nelle carceri italiane sulla base dei dati relativi alla loro presenza e nazionalità, per quanto riguarda la loro posizione giudiziaria, l'accesso a misure alternative ed eventi critici, questa analisi ha denotato elementi critici ma anche interessanti trasformazioni e prospettive di cambiamento futuro.

 

Conceptos clave: Presos, extranjeros, centros penitenciarios italianos, hacinamiento, traslado de presos, medidas alternativas, eventos críticos.

Parole chiave: Detenuti, stranieri, carceri italiane, sovraffollamento, trasferimento di detenuti, misure alternative, eventi critici..

 

* Graduado en la Universidad de Bolonia. Ha sido profesor en diferentes universidades de Italia (Macerata, Bolonia, Palermo, Padova, Pisa), Reino Unido (Anglia Ruskin) y Argentina (Universidad del Museo Social) tanto en cursos de pregrado como de posgrado. Actualmente es profesor titular de Criminología en la Universidad de Winchester.

 

Introduzione

La trasformazione dell'Italia in Paese di immigrazione si è accompagnata con la crescente presenza di cittadini stranieri all'interno del circuito giudiziario-penale.[1] Malgrado la presenza di immigrati rappresenti ormai un elemento stabile del panorama sociale italiano, la sovrapposizione tra stranieri e criminalità non mostra alcuna tendenza ad attenuarsi. La persistenza di questa tendenza può essere ascritta a cause diverse: innanzitutto, declinare l'immigrazione a problema di ordine  pubblico, a partire dell'ultimo ventennio, è stata una scelta funzionale alla costruzione di rendite di posizione all'interno della sfera politica[2]. Di conseguenza, gli stranieri, più che un problema da risolvere, hanno rappresentato spesso la migliore soluzione per riempire il vuoto causato dalla crisi di legittimazione che ha colpito il sistema politico italiano a partire dal 1992. In secondo luogo, la stretta securitaria si è spesso tradotta in provvedimenti legislativi restrittivi, quando non punitivi, nei confronti dell'immigrazione straniera, a partire dalla cosiddetta legge “Bossi- Fini” . Ne è scaturita un'ulteriore marginalizzazione degli stranieri, che ha aggravato i problemi relativi alla loro presenza in Italia e ha rallentato viceversa i processi di integrazione tra le pieghe del tessuto sociale italiano. Infine, l'affermarsi del paradigma neo-liberista e la conseguente contrazione delle politiche di welfare hanno contribuito in maniera non secondaria ad inasprire la situazione, nella misura in cui da un lato hanno ostacolato il varo di politiche pubbliche votate all'integrazione. Dall'altro, hanno catalizzato il risentimento della popolazione autoctona nei confronti dei migranti, percepiti sia come concorrenti nell'arena delle risorse assistenziali, sia come portatori di comportamenti devianti associati alla loro diversità somatica e culturale.

Anche all'interno del dibattito sociologico le questioni relative all'immigrazione e alla criminalità hanno finito per suscitare vivaci discussioni, spesso anche polemiche. Una posizione, che fa capo a Marzio Barbagli[3], si richiama ai dati relativi alla delittuosità dei migranti per mostrare come questi denotino dei tassi di criminalità maggiori rispetto agli italiani, in conseguenza della loro marginalità. Un'altra corrente, che fa capo a Alessandro Dal Lago e a Salvatore Palidda[4], legge la maggiore delittuosità dei migranti come l'esito di un processo di criminalizzazione prodotto dall'interazione tra una società frammentata e impreparata all'accoglienza del diverso da un lato e una sfera politica bisognosa di una frettolosa rilegittimazione dall'altro. Chiamando in causa i classici della sociologia, potremmo semplificare affermando che, mentre la prima posizione si richiama più nettamente alla Scuola di Chicago[5], che interpreta la devianza dei migranti come un fenomeno transitorio, prodotto dalle trasformazioni sociali, la seconda si richiama maggiormente alla prospettiva di Georg Simmel[6].

Questo lavoro intende collocarsi oltre la soglia dei processi di delittuosità e criminalizzazione dei migranti, per entrare direttamente all'interno del carcere ed analizzare la condizione dei migranti ristretti all'interno delle strutture penitenziarie italiane. Alla base di questa scelta, vi sono sia la presa d'atto che un'analisi dettagliata della presenza degli stranieri all'interno delle carceri non è mai stata compiuta, sia la possibilità di mostrare altri aspetti della marginalizzazione dei migranti.

La condizione detentiva, vissuta all'interno delle attuali condizioni di sovraffollamento[7], carenza di opportunità educative, precarietà alloggiativa, si traduce in un'ulteriore preclusione all'inserimento all'interno della società di accoglienza, sfociando spesso in atti di autolesionismo o addirittura in gesti estremi come il suicidio. Utilizzando i dati forniti dal Ministero della Giustizia e da associazioni impegnate nel volontariato penitenziario, prima tra tutti Ristretti Orizzonti (www.ristretti.org), questo contributo partirà dai dati relativi alla presenza dei detenuti stranieri all'interno delle carceri italiane, per poi analizzare due facce della condizione detentiva. Una è quella relativa all'accesso ai benefici delle misure alternative alla detenzione, che vede gli stranieri sotto-rappresentati rispetto alla loro presenza all'interno delle carceri italiane.

L'altra si riferisce agli atti di autolesionismo e ai suicidi, una triste classifica che vede i detenuti non italiani figurare anche qui ai primissimi posti in proporzione alla loro presenza. Sosterrò che questi processi talvolta mostrano come il carcere rappresenti, come sostenevano alcuni autori[8], una tappa intermedia per l'integrazione degli strati sociali più periferici della società, altre volte si presenta come uno strumento di incapacitazione collettiva[9], preposto ad escludere definitivamente chi entra all'interno del circuito penitenziario. Nelle conclusioni, proverò a delineare alcune ipotesi di possibile inversione della tendenza in atto.

 

1. Il quadro generale e le differenze per regione

Al 31 ottobre 2011, i detenuti stranieri presenti all'interno degli istituti di pena sparsi sul territorio nazionale ammontavano a 24.401 unità sul totale di 67.428, una cifra pari a circa il 36,2% del totale (tabella 1). Gli uomini rappresentano il 96,4% dei detenuti, a fronte del 3,6% delle donne. Una differenza rilevante coi detenuti italiani, tra i quali le detenute, col 6,75 del totale, costituiscono una presenza relativamente più significativa.

Lo scarto sostanziale esistente tra detenute italiane e straniere, può essere spiegato con la differenza di status e di reati. Le donne italiane, infatti, in possesso della cittadinanza, e autrici per lo più di violazioni della legge connesse allo spaccio di sostanze stupefacenti, compiono il percorso giudiziario-penale per intero rispetto alle loro omologhe straniere, che il più delle volte si trovano in condizioni di clandestinità, in particolare le prostitute, e sono spesso soggette alle procedure di espulsione[10].

 

 

Tabella 1. Detenuti per sesso e nazionalità.

 

Uomini

%

Donne

%

Totale

%

Italiani

40150

93,3

2877

6,7

43027

100

Stranieri

23528

96,4

873

3,6

24401

100

Totale

63678

94,4

3750

5,6

67428

100

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

Il peso dei detenuti stranieri sul totale è pari a poco più di un terzo, quindi rimane sostanzialmente costante in relazione coi dati registrati a partire dai primi anni novanta, quando si registrarono le prime impennate di detenuti stranieri rispetto ai tassi di incarcerazione.

Questa sostanziale immobilità va letta in relazione all'immutato quadro della legislazione penale, né è possibile trascurare il contesto socio-politico all'interno del quale è maturato. Sotto il primo aspetto, da anni emerge come oltre la metà dei migranti reclusi sia responsabile prevalentemente di due tipi di violazioni del codice penale[11] :la prima è quella attinente alle leggi sul consumo degli stupefacenti, all'inizio la 39/1990, nota al pubblico sotto il nome di Jervolino-Vassalli, in seguito sostituita dalla 49/2006, conosciuta come Fini-Giovanardi. Entrambe queste leggi, equiparando le droghe leggere a quelle pesanti e muovendo nella direzione della criminalizzazione del consumo di sostanze psicotrope, hanno sortito l'effetto sia di allargare la fascia della devianza, sovrapponendo i consumatori agli spacciatori, sia di allargare il mercato delle droghe, creando lo spazio per il radicamento di una manovalanza di origine straniera.

Si è generato quel meccanismo di sostituzione, che vede gli stranieri sostituire gli italiani nello spaccio di strada, di fronte all'adozione da parte degli autoctoni di strategie volte ad aggirare il controllo poliziesco e di un'imprenditorialità illegale volta a scelte più redditizie e meno rischiose.

Sotto il secondo aspetto, il panico morale della popolazione italiana verso i fenomeni migratori, seguito alle ristrutturazioni economiche ed alla crisi di legittimità che ha colpito il sistema politico dai primi anni novanta in poi,  è stato recepito dagli attori del sistema politico, che lo ha elaborato come un discorso collettivo attorno al quale costruire un collante che garantisse consenso elettorale. Il declino economico, i tagli alla spesa pubblica, la chiusura della società italiana, hanno impedito il varo di politiche inclusive di ampio respiro che consentissero l'integrazione della popolazione immigrata, finendo per riprodurre il circolo vizioso tra marginalità, devianza e sovra-rappresentazione tra le schiere della popolazione detenuta. La tabella 2, che mostra i dati relativi alle nazionalità dei detenuti stranieri, conferma questa impostazione.

 

Tabella 2. Principali nazionalita' dei detenuti stranieri.

Nazionalità

Cifre

Percentuali

MAROCCO

4934

20,20%

ROMANIA

3613

14,80%

TUNISIA

3197

13,10%

ALBANIA

2721

11,20%

NIGERIA

1210

5,00%

EGITTO

544

2,20%

EX-JUGOSLAVIA

445

1,80%

SENEGAL

442

1,80%

Altri

7345

29,90%

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

Oltre il 70% dei detenuti stranieri appartengono alle ondate migratorie più antiche che hanno interessato la società italiana, e quelle sulle quali i pregiudizi della popolazione locale si sono abbattuti con più forza, vale a dire i paesi del Maghreb quelli dell'altra sponda dell'Adriatico e quelli dell'Africa centro-orientale, mentre non sono rappresentati altri gruppi di antico insediamento come i filippini e i singalesi. Inoltre, se si eccettua la Romania, i paesi maggiormente rappresentati all'interno di questa singolare graduatoria carceraria non fanno parte dell'Unione Europea. Se detraiamo i detenuti romeni, gli extracomunitari di soli sette paesi rappresentano il 55,3%, vale a dire oltre la metà dei detenuti stranieri sul totale. Il dato risulta maggiormente significativo alla luce del fatto che, una maggioranza schiacciante dei carcerati stranieri[12], pari a circa l'80% del totale, sconta reati punibili con una reclusione fino a cinque anni, e quindi, anche ammesso che molti di loro siano recidivi, non si può ipotizzare una detenzione di lungo corso. In altre parole, attualmente non sono reclusi gli stranieri arrestati e condannati nei primi anni novanta, bensì siamo in presenza di una nuova fascia di popolazione detenuta (in senso cronologico), che sconta le stesse condizioni di marginalità e discriminazione all'interno del sistema giudiziario-penale (aspetto che approfondiremo più avanti) dei loro connazionali che li avevano preceduti. In questo contesto, la condizione carceraria si presenta ancora di più come come la tappa finale rispetto al percorso di marginalizzazione dei migranti all'interno della società italiana. Allo scopo di comprendere meglio queste dinamiche, si rende necessaria un'analisi più accurata, a partire dalla distribuzione su tutto il territorio nazionale dei detenuti stranieri, disaggregata su base regionale.

 

2.I detenuti stranieri per regione

Nella tabella 3, possiamo leggere e analizzare i dati relativi all'incidenza dei reclusi stranieri regione per regione.

 

Tabella 3. I detenuti stranieri per regione.

REGIONE

DETENUTI

DI CUI STRANIERI

% STRANIERI

Abruzzo

1920

347

18,1

Basilicata

482

51

10,6

Calabria

3088

626

20,3

Campania

5734

976

12,4

Emilia-Romagna

4089

2087

51

Friuli-Venezia Giulia

898

561

62,4

Lazio

6594

2576

39,1

Liguria

1832

1027

56,1

Lombardia

9559

4105

42,9

Marche

1198

499

25

Molise

526

66

12,5

Piemonte

5182

2610

50,4

Puglia

4486

919

20,5

Sardegna

2012

834

41,4

Sicilia

7740

1825

23,6

Toscana

4395

2237

50,9

Trentino

340

228

67,1

Umbria

1769

754

42,6

Valle d'Aosta

261

176

67,4

Veneto

3199

1897

59,3

ITALIA

67428

24401

36,2

Fonte: Ministero della Giustizia; Elaborazione nostra.

 

L'analisi dei dati conferma ancora una marcata differenza per aree geografiche. Il 36,2% di presenza nelle carceri nazionali, registra una differenziazione significativa tra le regioni centro-settentrionali e quelle meridionali e insulari. Ad eccezione della Sardegna, che denota un'incidenza dei detenuti stranieri sul totale pari al 40,2%, nessuna di queste regioni, vale a dire Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, e Sicilia, oltrepassa o si avvicina alla media nazionale. L'eccezione sarda, probabilmente, è dovuta alla consistenza dell'industria turistica, che, attraendo ogni anno centinaia di migliaia di persone sull'isola, attiva anche quei “distretti del piacere” (Bonomi, 2000) all'interno dei quali è diffuso il consumo di sostanze stupefacenti, con il conseguente spostamento in loco di spacciatori stranieri.

Tuttavia, in assenza di dati disaggregati su base regionale relativamente ai reati commessi e ai periodi di maggiore ingresso non è possibile corroborare questa ipotesi, che quindi rimane uno spunto di riflessione. Un'altra ipotesi, confermata a livello informale da testimoni privilegiati (direttori di penitenziari, comandanti di guardie carcerarie, funzionari dei provveditorati regionali), riguarda i trasferimenti dei detenuti. Negli ultimi anni, per ovviare al sovraffollamento e prevenire situazioni di conflittualità interetnica dovuta alla massiccia presenza di detenuti stranieri, l'amministrazione penitenziaria attua una politica di trasferimenti presso le carceri meridionali ed insulari. Un provvedimento che, malgrado spesso comporti la recisione del detenuto straniero dalla sua già precaria rete relazionale, sortisce comunque l'effetto di fare mantenere a molte carceri settentrionali, almeno sul breve periodo, quella “capienza tollerabile” che il ministero eleva discrezionalmente a fronte dell'aumento costante della popolazione reclusa. Anche questa ipotesi merita ulteriori approfondimenti, che verranno sviluppati in seguito.

Il dato generale che si presenta mostra una differenza sostanziale tra prigioni meridionali e settentrionali rispetto al numero di persone straniere ristrette nelle carceri locali. Sotto questo profilo, il carcere si conferma come un'istituzione che rispecchia le contraddizioni della società italiana, nella misura in cui la maggiore presenza dei detenuti stranieri all'interno delle carceri settentrionali[13] è legata al maggiore sviluppo economico di queste aree, che genera una relazione positiva tra economia legale ed illegale. Malgrado la Lombardia rappresenti in Italia la regione economica più sviluppata, la soglia del 50%, tra le regioni più popolose, viene oltrepassata dal Piemonte (50,4%), dalla Toscana (50,9%), dall'Emilia-Romagna (51%) e dal Veneto (59,3%). Se quest'ultima regione ed il Piemonte si connotano come regioni di confine, quindi interessate da traffici illegali e dalla migrazione clandestina, Emilia-Romagna e Toscana denotano altre caratteristiche, in quanto lo sviluppo economico si accompagna ad una forte presenza dell'industria turistica e, soprattutto nel caso della prima regione, di una massiccia presenza di popolazione giovanile, soprattutto di tipo universitario.

E' in questi contesti che si creano le condizioni per trasformare le città in un bazar [14]dove le attività legali e quelle illegali si richiamano vicendevolmente, stimolando la domanda di quei beni e servizi illeciti che vede i migranti massicciamente attivi come manodopera dequalificata (spaccio, prostituzione), stimolando altresì la criminalità predatoria e reati contro la persona come risse e lesioni.

Riguardo alle regioni meridionali, il discorso va impostati in termini completamente diversi, non soltanto perché lo sviluppo dell'economia legale è minore rispetto alle regioni settentrionali. Il fattore più importante da considerare riguarda piuttosto l'influenza della precarietà economica sull'economia illegale. Come hanno avuto modo di notare altri autori rispetto alla criminalità minorile (Gatti, 2001), la presenza di sacche consistenti di disagio economico tra la popolazione locale, ostacola l'attivarsi del meccanismo di sostituzione nella manovalanza dell'economia illegale, producendo minori tassi di criminalità tra gli stranieri. Inoltre, una minore presenza straniera riesce ad essere assorbita meglio all'interno di un tessuto sociale che denota una relazionalità più densa a livello familiare ed amicale, anche se ciò non esclude che gli episodi di razzismo si verifichino anche al Sud, come dimostrano i recenti episodi avvenuti a Rosarno e a Villa Literno.

All'interno di questa cornice carceraria, gli stranieri detenuti subiscono ulteriori discriminazioni, relative all'iter processuale e al percorso relativo all'ottenimento dei benefici, come andiamo a riscontrare nei paragrafi successivi.

 

3.I gradi di giudizio e la certezza della pena

Gli stati di diritto occidentali si fondano sull'assunto che la certezza della pena, oltre a costituire un deterrente per la reiterazione di condotte penali da parte di chi non incappa nelle maglie della giustizia, rappresenta un principio di garanzia per gli stessi imputati, che hanno diritto a processi celeri che ne accertino e chiarifichino le pendenze in atto con il sistema penale. Nel sistema  giudiziario italiano, il problema  della durata dei processi si pone come uno dei mali cronici, che affliggono l'efficienza della macchina giudiziaria. Se da un lato è vero, come sottolineano alcuni autori[15], che spesso il ritardo dei processi costituisce una strategia applicata dagli attori coinvolti, in particolare dai difensori delle parti dotate di maggiori risorse simboliche e finanziarie, dall'altro lato lo stesso ragionamento difficilmente può essere applicato nella sfera del cosiddetto “penale quotidiano”, dove gli imputati non dispongono di difensori di grido, navigati, con una rete di relazioni robusta all'interno dei tribunali, né sono in grado di pagare loro le parcelle cospicue che difensori di questo tipo richiedono.

In conseguenza di ciò, i ritardi che affliggono la sfera penale si ripercuotono sui detenuti, ed in misura maggiore sugli stranieri, i quali, rispetto agli italiani, dispongono di reti relazionali e di risorse meno dense e cospicue. La tabella 4, quantifica le percentuali dei detenuti condannati ad una sentenza definitiva, cioè che ha passato il vaglio di tutti e tre i gradi di giudizio, disaggregate per regione. I dati risalgono al 30 settembre 2011, i più recenti tra quelli elaborati in materia dal Ministero della Giustizia.

 

Tabella 4 Detenuti condannati ad una sentenza definitiva per nazionalità al 30 settembre 2011.

REGIONE

DEFINITIVI

 %STRANIERI

Abruzzo

63,9

55,9

Basilicata

71,6

82,3

Calabria

49,1

60,1

Campania

41,7

34,4

Emilia-Romagna

45

37,7

Friuli-Venezia Giulia

61,1

57,5

Lazio

52,2

39,1

Liguria

51,5

37,7

Lombardia

52,4

41,1

Marche

60,7

51,9

Molise

72,6

60,6

Piemonte

60,7

56,3

Puglia

57,8

48,5

Sardegna

71,8

78,2

Sicilia

57,4

64,4

Toscana

62,2

53,1

Trentino-Alto Adige

63,8

54,4

Umbria

66,8

51,1

Valle d'Aosta

68,1

65,9

Veneto

62,1

56,2

ITALIA

55,2

49,4

Fonte: Ministero della Giustizia; Elaborazione nostra.

 

Il primo dato su cui è importante soffermarsi riguarda la percentuale nazionale dei definitivi. Soltanto il 55,2% dei detenuti, vale a dire poco più della metà, si trova recluso per scontare una pena, una cifra non particolarmente elevata se raffrontata col principio di innocenza fino a prova contraria. Tuttavia, se ci spostiamo da un piano prescrittivo a uno più strettamente sociologico, possiamo mettere questa soglia relativamente bassa di detenuti condannati a sentenze definitive in relazione a diversi fattori: l'efficienza della macchina giudiziaria, la discrezionalità della magistratura, l'orientamento ad utilizzare la misura della carcerazione preventiva per rispondere alla cosiddetta “domanda di sicurezza”[16], la maggiore attenzione delle forze dell'ordine verso la piccola criminalità di strada in seguito al panico morale degli ultimi anni, la scelta di ricorrere in appello da parte degli imputati. All'interno di queste variabili, è possibile trovare una chiave di lettura che dia conto della bassa soglia (49,4%) di detenuti stranieri condannati a sentenze definitive.

Innanzitutto, gli stranieri sono più soggetti degli Italiani all'azione delle forze dell'ordine, sia per la loro marginalità sociale, sia per la “visibilità” a cui sono esposti per via delle differenze somatiche e culturali.  All'interno del sistema penale, gli stranieri scontano sia la mancanza di una difesa adeguata (Sarzotti-Cottino, 1996), sia la necessità da parte della magistratura di rispondere alla domanda di sicurezza da parte dell'opinione pubblica (Maneri, 2002), che vede negli stranieri i principali responsabili dei disordini e del degrado urbano.

A queste esigenze si risponde o utilizzando più frequentemente lo strumento della carcerazione preventiva, oppure irrogando delle sentenze nei confronti delle quali gli imputati poi ricorrono in appello. I dati della tabella 4, mostrano una tendenza uniforme su tutto il territorio nazionale, se si fa eccezione per quattro regioni, vale a dire Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, che registrano una più ampia percentuale di stranieri condannati a sentenze definitive, sia rispetto alla percentuale generale che in relazione al dato nazionale.

E' necessario invece rilevare come nelle regioni centro-settentrionali, ad eccezione del Piemonte, lo scarto risulti maggiore rispetto al dato nazionale, con la Liguria (37,7% contro il 51,5%), il Lazio (39,1% contro il 52,2%) e la Lombradia (41,1% contro il 52,4%) che presentano gli scarti più significativi. Se la macchina giudiziaria si dimostra efficiente quando deve inglobare gli stranieri al suo interno, si inceppa quando deve garantire la certezza della pena. La tabella 5, dove troviamo le percentuali relative ai detenuti in attesa di giudizio, dimostra ulteriormente questo aspetto.

 

Tabella 5: imputati stranieri in attesa di giudizio.

REGIONE

IN ATTESA

STRANIERI

Abruzzo

12,4

21

Basilicata

14,1

9,8

Calabria

32,4

23,3

Campania

30

36,8

Emilia-Romagna

21,3

26,7

Friuli-Venezia Giulia

17

17,1

Lazio

22,3

29,1

Liguria

28,3

33

Lombardia

20,8

25,6

Marche

21,8

29,6

Molise

7

4

Piemonte

19,3

18,7

Puglia

24,7

33,3

Sardegna

12

8

Sicilia

20,9

20,4

Toscana

16

21,4

Umbria

15,4

26,2

Valle d'Aosta

4,6

4

Veneto

20,3

23,8

ITALIA

21,7

24,4

Fonte:Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

Soltanto in sei regioni, cioè in Basilicata, Calabria, Molise, Piemonte, Sicilia e Valle d'Aosta, la  percentuale degli stranieri in attesa di giudizio risulta inferiore al totale. Per spiegare questo fenomeno, possiamo elaborare due spiegazioni: la prima è relativa ancora una volta all'eccessivo peso che il cosiddetto “penale quotidiano”, vale a dire i casi di criminalità predatoria e di strada in cui gli stranieri sono coinvolti, produce un certo livello di ingolfamento della macchina giudiziaria, rallentando i processi che vedono coinvolti gli imputati stranieri.

La seconda è relativa alla disuguaglianza di risorse all'interno del sistema penale, innanzitutto di un'assistenza legale di nomina propria che si attivi per velocizzare il procedimento penale. Ad esempio, il ricorso al patteggiamento e al rito abbreviato costituisce una di queste scappatoie alle lungaggini giudiziarie. Contrariamente a quanto si possa pensare, come vedremo nella tabella successiva attraverso le tabelle relative agli appellanti, gli imputati stranieri vi ricorrono meno frequentemente di quanto non facciano i loro correi Italiani. Inoltre, bisogna mettere in rilievo un altro aspetto, che riguarda le risorse a disposizione dei singoli Tribunali. Molti imputati stranieri parlano a stento l'italiano, rendendo necessario il ricorso a figure qualificate come i mediatori culturali e gli interpreti. La carenza di queste figure, oppure, se guardiamo la situazione a rovescio, il sovraccarico di lavoro che sono costretti a sobbarcarsi di fronte ad una presenza eccessiva di imputati stranieri, può rappresentare un ulteriore ostacolo alla definizione della vicenda penale.

La disparità di condizione per gradi di giudizio tra detenuti italiani e stranieri, persiste anche tra agli appellanti, cioè i detenuti condannati in primo grado che ricorrono in appello,  e rispetto ai  ricorrenti, ovvero i condannati in appello che ricorrono alla Corte di Cassazione.  La tabella 6 di seguito mostra come all'11,6% di detenuti italiani che ricorrono in appello corrisponde il 15% dei loro compagni di detenzione migranti, una percentuale di quasi una volta e mezza superiore. L'Abruzzo è la regione che mostra lo scarto più elevato (6,8% degli Italiani contro il 21% degli Stranieri) seppure in proporzione maggiore rispetto alle altre regioni in cui si registra la stessa tendenza. Soltanto in Calabria, Puglia e Sicilia si registra una tendenza opposta, attribuibile alla maggiore presenza della criminalità locale nel circuito penale, anche se la Campania segue l'andamento nazionale, e alle minori reti di sostegno di cui i detenuti dispongono in queste regioni.

 

Tabella 6. Detenuti che ricorrono in appello al 30 settembre 2011.

REGIONE

APPELLANTI

STRANIERI

Abruzzo

6,8

21

Basilicata

7,6

9,8

Calabria

6,8

4,9

Campania

12,9

15,8

Emilia-Romagna

14,1

20,3

Friuli-Venezia Giulia

10,3

10,8

Lazio

16,7

23,7

Liguria

12,8

16,5

Lombardia

13,5

19,4

Marche

9

9,4

Molise

7,6

13,6

Piemonte

10

12,3

Puglia

9,2

9,1

Sardegna

6,1

3,1

Sicilia

9,5

6,8

Toscana

12,3

16,9

Trentino-Alto Adige

8,5

10,5

Umbria

8,3

12,3

Valle d'Aosta

13,8

14,7

Veneto

11,1

13,2

ITALIA

11,6

15

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

La strada del ricorso in appello risulta seguita maggiormente dai detenuti stranieri, in particolare quelli reclusi presso le regioni italiane, come Emilia-Romagna, Lazio  e Lombardia, dove la loro presenza è uguale, quando non maggiore, di quella degli autoctoni, le regioni economicamente più sviluppate, denotano una forte popolazione studentesca, con una vocazione turistica importante (come nel caso della riviera romagnola) o dove gli stranieri sono attratti da un polo urbano importante qual' è Roma.

Per metterla in altri termini, dove la popolazione straniera è maggiormente concentrata, si riscontrano le più alte percentuali dei detenuti, da cui scaturisce una frequenza più elevata a ricorrere in appello, dalla quale possiamo trarre alcune considerazioni. Innanzitutto, la scelta di richiedere un altro grado di giudizio rinvia alla percezione da parte del detenuto di avere ricevuto una sentenza iniqua, oppure, in relazione al problema della qualità della difesa sollevato in precedenza, di non essere stato difeso adeguatamente.

Mancano i dati relativi al passaggio da un legale di ufficio ad uno di nomina propria per i diversi gradi di giudizio, che ci aiuterebbero a fare luce ulteriore su questo passaggio. Tuttavia, il ricorso più frequente in appello da parte dei detenuti stranieri ci permette di formulare la seconda considerazione: malgrado la disparità all'interno del sistema giudiziario-penale, i detenuti stranieri hanno acquisito una maggiore consapevolezza rispetto al funzionamento di questo, nonché una maggiore conoscenza dei meccanismi che ne regolano il funzionamento, tanto da non rassegnarsi a subire la sentenza che è stata loro irrogata e provare a ribaltarla in un grado successivo di giudizio.

Alla disuguaglianza nel sistema penale, sembra che si stia progressivamente affiancando una tendenza ad rivendicare un trattamento equo all'interno dei canali predisposti dall'ordinamento giuridico. Questa attitudine appare confermata dai dati della tabella 7, relativa al numero degli stranieri che inoltrano ricorso in Corte di Cassazione.

 

Tabella 7. Detenuti ricorrenti in base alla nazionalità al 31 ottobre 2011.

REGIONE

RICORRENTI

STRANIERI

Abruzzo

6

8

Basilicata

4,6

3,9

Calabria

6,8

11,2

Campania

6,2

8

Emilia-Romagna

7,2

10,2

Friuli-Venezia Giulia

10

12,8

Lazio

6,3

6,5

Liguria

8

9,7

Lombardia

7,9

8,3

Marche

7,1

8,6

Molise

10,1

16,6

Piemonte

7,7

11,1

Puglia

5,7

7,4

Sardegna

7,3

9,3

Sicilia

6,1

6,7

Toscana

4,7

5,9

Trentino-Alto Adige

5,8

8,3

Umbria

7,4

9

Valle d'Aosta

13

9

Veneto

4,8

5,4

ITALIA

6,6

8,8

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

I detenuti stranieri che ricorrono in Cassazione eccedono di un terzo il dato nazionale. Lo scarto percentuale si assottiglia, sia perché un ricorso in Cassazione comporta la necessità di mobilitare cospicue risorse finanziarie, sia perché i tempi di un pronunciamento della Suprema Corte allungano i tempi di definizione della vicenda penale oltremisura, spesso in un arco di tempo che eccede la pena a cui i detenuti vengono condannati.

Tuttavia, queste difficoltà non dissuadono i detenuti stranieri dal tentare di giocarsi la carta di un ricorso che ne chiarifichi la posizione giudiziaria, tanto che vi ricorrono in misura maggiore di quanto non facciano gli Italiani. Inoltre, il ricorso ai gradi successivi di giudizio, e questo vale anche per gli appellanti può essere letto come una sorta di camera di compensazione per le disuguaglianza di partenza. Da un lato, gli stranieri sono più soggetti degli all'azione selettiva delle forze dell'ordine, il che comporta una loro presenza cospicua all'interno del sistema giudiziario, che li porta a rappresentare oltre un terzo del totale dei detenuti, più della metà dei quali in attesa di giudizio. Dall'altro lato, questa sovra-rappresentazione viene controbilanciata da un ricorso sistematico alle garanzie fornite dal sistema penale, alla quale si chiede di correggere le storture prodotte dagli output giudiziari, in altri termini, si demanda al sistema penale il compito di razionalizzare “dall'interno” gli eccessi prodotti all'esterno dalla domanda di sicurezza e di maggiore penalità.

Quanto poi la sfera giudiziaria svolga efficacemente questo compito è un aspetto non ancora chiarito, soprattutto dal punto di vista del trattamento accordato ad imputati e detenuti stranieri. E' però un dato di fatto che questi ultimi abbiano imparato a conoscere il funzionamento della macchina penale italiana e ad agire al suo interno per soddisfare le loro aspettative in materia di giustizia. Una volta che è stata superata la fase dei diversi gradi di giudizio, la partita dell'integrazione e delle garanzie nel sistema penale  si gioca all'interno delle mura carcerarie, in termini della concessione dei benefici come gli arresti domiciliari e la semi-libertà, dove persiste un certo grado di disuguaglianza tra detenuti italiani e stranieri.

 

4. Le misure alternative

L'ordinamento penitenziario italiano prevede la concessione di misure alternative alla detenzione a quei detenuti che mostrino di compiere con successo il percorso rieducativo, allo scopo di favorirne il reinserimento all'interno della società. Tali benefici sono regolati dalla legge n.663/1986, conosciuta al pubblico come “legge Gozzini”, che integra la riforma penitenziaria implementata nel 1975. Le misure alternative comprendono la concessione della detenzione domiciliare per i residui di pena inferiori a 12 mesi, il lavoro esterno, la semilibertà, l'affidamento in prova per le pene inferiori a 3 anni.

L'analisi dell'accesso dei detenuti stranieri alle misure alternative costituisce un aspetto importante, nella misura in cui consente di stabilire l'avanzamento dell'integrazione degli stranieri rispetto ai diritti e alle garanzie del sistema penale. I dati messi a disposizione dal Ministero della Giustizia non contemplano l'accesso al lavoro esterno secondo la nazionalità, né forniscono un livello disaggregato a livello regionale, eccetto che nel caso della semilibertà. In ogni caso, siamo riusciti ad elaborare le cifre messe a disposizione in maniera da tracciare un quadro sufficientemente articolato per suscitare alcune riflessioni.

La tabella 8 ci mostra che il beneficio degli arresti domiciliari, nel 2011, è stato ottenuto da 901 detenuti stranieri su un totale di 3446, per una percentuale pari al 26,1%.

 

 

Tabella 8. Detenuti con un residuo di pena fino a 12 mesi che hanno ottenuto gli arresti domiciliari nel 2011 per nazionalità.

REGIONE

ITALIANI

STRANIERI

PERCENTUALE STRANIERI

Abruzzo

25

142

17,6

Basilicata

3

17

17,6

Calabria

20

144

16,1

Campania

20

305

6,5

Emilia-Romagna

53

111

47,7

Friuli-Venezia Giulia

10

37

27

Lazio

110

341

32,2

Lombardia

155

420

36,9

Liguria

44

131

33,6

Marche

12

48

25

Molise

3

25

12

Piemonte

91

291

31,3

Puglia

24

262

9,2

Sardegna

36

151

23,8

Sicilia

48

404

11,9

Toscana

123

284

43,3

Trentino-Alto Adige

9

31

29,3

Umbria

25

75

33,3

Valle d'Aosta

5

16

31,2

Veneto

85

231

36,8

ITALIA

901

3446

26,1

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

La concessione degli arresti domiciliari mostra di seguire le dinamiche demografiche e penitenziarie rispetto alla presenza degli stranieri sul territorio, in quanto risulta più elevata nelle regioni dove i detenuti stranieri sono più presenti, dato che, come abbiamo sottolineato nel corso dell'analisi della tabella 1, segue l'andamento della distribuzione della popolazione migrante sul territorio nazionale.

Per quanto la percentuale di stranieri che beneficiano di tale misura alternativa (26,1%) sia inferiore al 36,2%  di detenuti ristretti all'interno delle carceri italiane, si tratta comunque di una percentuale consistente, che denota un qualche cambiamento rispetto alla presenza degli stranieri nel territorio. Gli arresti domiciliari, infatti, vengono concessi dietro la possibilità da parte del detenuto di usufruire di una residenza stabile, propria o fornita dalla rete parentale e amicale a propria disposizione.

Rispetto agli Italiani, gli stranieri dispongono di questa risorsa in misura minore. Tuttavia, una percentuale così significativa, ci spinge a ritenere che esista una maggiore integrazione degli stranieri all'interno del territorio, che si concreta in reti organizzate in modo tale da offrire ai propri connazionali una sponda per beneficiare degli arresti domiciliari e da essere considerata affidabile dalla magistratura di sorveglianza. Inoltre, bisogna soffermarsi a rilevare gli squilibri territoriali, in quanto le regioni meridionali e insulari presentano percentuali relative al beneficio inferiori alla media nazionale, all'interno di uno spettro che va dal 6,5% della Campania al 23,1% della Sardegna. Viceversa, le regioni centro-settentrionali denotano una percentuale più elevata rispetto alla media nazionale, con il 47,7% dell'Emilia-Romagna ed il 36,9% della Lombardia.

 

Evidentemente, all'interno di un contesto economico più robusto, che favorisce a medio termine l'insediamento di comunità straniere più radicate, le reti di supporto che consentono ai detenuti stranieri di scontare il residuo di pena fuori dal carcere si formano in maniera più agevole.

I dati relativi agli altri benefici, mostrano però come la formazione di questi punti nodali di sostegno ai detenuti stranieri, per quanto in crescita, sia ancora tutta da consolidarsi. Analizzando le cifre relative all'affidamento in prova, esposti nella tabella 9, emerge come  i detenuti che beneficiano di questo provvedimento rappresentino soltanto il 12,6% sul totale.

 

Tabella 9. Detenuti stranieri che beneficiano dell'affidamento in prova sul totale nazionale al 31/12/2009.

TIPOLOGIA

NUMERO COMPLESSIVO

DI CUI STRANIERI

PERCENTUALE

Tossicodipendenti dallo stato di libertà

1296

53

4,10%

Tossicodipendenti dallo stato di detenzione

1697

123

7,20%

Tossicodipendenti da detenzione domiciliare

380

19

5

Dalla libertà

5452

734

13,50%

Dallo stato di detenzione

2324

414

17,8

Dalla detenzione domiciliare

748

154

20,6

TOTALE

11897

1497

12,6

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

 

Lo scarto più sensibile concerne la differenza tra i detenuti stranieri tossicodipendenti e quelli che non sono affetti da questo problema. Poiché l'affidamento in prova rappresenta un beneficio più articolato della detenzione domiciliare, che prevede l'avvio di un percorso di inserimento lavorativo e, nel caso dei tossicodipendenti, terapeutico, che va seguito dalla persona o dall'ente (di solito un congiunto, un amico, o i servizi sociali territoriali) a cui il detenuto viene “affidato”, la condizione di marginalità dei detenuti stranieri tossicodipendenti, tra i quali è alto il numero dei clandestini, impedisce l'irrogazione di questa misura a loro vantaggio, in quanto solo raramente questa tipologia di reclusi dispone di punti di riferimento sul territorio che li mettano in grado di usufruire di questa misura alternativa.

Le percentuali aumentano invece sensibilmente nel caso degli stranieri in carcere che non dipendono dalle sostanze psicotrope, anche se, le più alte percentuali di coloro che usufruiscono dell'affidamento dal carcere o dallo stato di libertà fa ipotizzare che i percorsi di affidamento vengano costruiti più all'interno delle carceri, attraverso l'attivazione del volontariato o dell'associazionismo, che attraverso la famiglia, che renderebbe più facile ottenere tale beneficio direttamente dallo stato di libertà.

Questo fenomeno si spiega in relazione al fatto che la maggior parte dei detenuti stranieri non dispongono di reti familiari particolarmente estese. Il comune di Parma, negli anni scorsi, ha attivato la politica dell'affido omoculturale per i minori non accompagnati, che vengono affidati a famiglie appartenenti alla propria nazionalità. Un sostegno del genere, per i detenuti adulti, sarebbe un percorso auspicabile, ancorché tutto da strutturare.

L'analisi degli altri benefici, conduce a deduzioni analoghe. Le tabella 10 e 11 illustrano l'andamento della semilibertà e della detenzione domiciliare relativamente ai detenuti stranieri.

 

 

 

Tabella 10. Detenuti stranieri che usufruiscono della semilibertà al 31 ottobre 2011.

TIPOLOGIA DI SEMILIBERTA'

ITALIANI

STRANIERI

TOTALE

PERCENTUALE STRANIERI

Dallo stato di detenzione

1195

204

1399

14,6

Dallo stato di libertà

214

30

244

12,3

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

Ancora una volta, questi due benefici appaiono essere prevalentemente appannaggio dei reclusi italiani, così come viene confermata la tendenza da parte degli stranieri di usufruire dei benefici soprattutto quando si trovano già detenuti. La tabella 11 mostra la stessa tendenza per quanto concerne la concessione degli arresti domiciliari.

 

Tabella 11. Detenuti stranieri che usufruiscono della detenzione domiciliare al 31/10/2011.

TIPOLOGIA DI DETENZIONE

ITALIANI

STRANIERI

TOTALE

PERCENTUALE

STRANIERI

Dal carcere

2323

469

2792

16,8

Dalla libertà

2990

510

3500

14,6

Provvisoria

979

311

1290

24,2

TOTALE

6292

1293

7582

17

Fonte: Ministero della Giustizia. Elaborazione nostra.

La lettura di questi dati, fa ipotizzare che la sfera penitenziaria, per i pochi stranieri che riescono ad usufruire delle misure alternative, assume la connotazione di un canale di integrazione sociale. Se da un lato la percentuale dei detenuti stranieri che accedono ai benefici previsti dalla legge è sempre inferiore rispetto alle percentuali relative ai detenuti, dall'altro lato emerge che, l'attivazione di risorse di sostegno al percorso di reinserimento consente ai magistrati di sorveglianza e alle amministrazioni dei singoli istituti di pena di formulare una prognosi favorevole rispetto all'attenuazione delle misure afflittive nei confronti dei detenuti stranieri.

Il problema rispetto a questo aspetto specifico della detenzione, è quindi costituito dalla disponibilità delle risorse, non soltanto materiali, ma anche relazionali. Misure come la semilibertà, l'affidamento in prova, gli arresti domiciliari, vengono concessi dai magistrati di sorveglianza nella misura in cui si riscontra l'esistenza di un ambiente dove non sussistano le condizioni per la riproposizione di condotte che violano il codice penale.

Ne consegue che i detenuti stranieri, spesso gravati da precarietà occupazionale e residenziale, non riescano a beneficiare delle misure alternative in pari misura dei detenuti italiani. Sono il volontariato e l'associazionismo, di solito, a fornire una via di uscita. Una policy da seguire in tal senso potrebbe dunque essere quella di un maggior coinvolgimento del cosiddetto terzo settore nel reinserimento dei detenuti.

Quanto alle reti familiari, in assenza di parentele significative, si tratta di attuare, come suggerito in precedenza, misure di affido omoculturale che si avvalgano della risorsa comunitaria, coinvolgendo la nazionalità di riferimento nell'integrazione dei loro connazionali detenuti. Muoversi in questa direzione potrebbe portare alla creazione di un canale ulteriore di integrazione sociale delle comunità straniere presenti nel nostro paese. Infine, sarebbe possibile in tal modo ridurre il numero dei detenuti e prevenire gli eventi critici, che, come vedremo nel paragrafo successivo, coinvolgono in proporzioni notevoli i detenuti stranieri.

 

5. Gli eventi critici

Nell'ambito degli studi penitenziari, si definiscono “eventi critici” quegli accadimenti che riguardano l'incolumità fisica del detenuto, mettendola a rischio o terminando talvolta con esiti tragici come i suicidi. Gli eventi critici rappresentano una cartina di tornasole importante per valutare l'andamento delle condizioni di detenzione. Il carcere, sia in quanto luogo di privazione della libertà, sia in qualità di “istituzione totale[17]” all'interno del quale le identità individuali vanno incontro ad un processo di contrazione e svalutazione, si rivela un contesto favorevole ad episodi di autolesionismo, risse, suicidi tentati e riusciti.

La tabella 12, ci illustra gli eventi critici avvenuti all'interno delle carceri italiane nel 2010, l'anno più recente rispetto ai dati messi a disposizione dal Ministero della Giustizia. La tabella è stata compilata dal Ministero stesso, e abbiamo ritenuto opportuno riproporla nella sua compilazione originaria, dove le percentuali sono nella stessa casella delle cifre, quindi vanno riferiti ad ogni singola categoria di detenuti.

 

Tabella 12. Eventi critici avvenuti nelle carceri italiane nell'anno 2010. Numeri e percentuali.

TIPO DI EVENTI CRITICI

Detenuti italiani

Detenute

italiane

TOTALE ITALIANI

Detenuti stranieri

Detenute straniere

TOTALE STRANIERI

Autolesionismo

1994

4,68%

203

11,36%

2197

4,95%

3446

15,35%

60

5,07%

3506

14,84%

Suicidi tentati

597

1,4%

43

2,41%

640

1,44%

478

2,13%

19

1,6%

497

2,1%

Sucidi

42

0,1%

0

0,0%

42

0,09%

13

0,06%

0

0,00%

13

0,06%

Ferimenti

1299

3,05%

93

5,2%

1392

3,14%

1605

7,15%

42

3,55%

1647

6,97%

Omicidi

0

0

0

0

0

0

Fonte. Ministero della Giustizia.

Il primo dato che balza alla nostra attenzione riguarda gli omicidi, che nel 2010 non si sono verificati, che potrebbe essere spiegato innanzitutto con il miglioramento dei controlli da parte dell'apparato di vigilanza delle strutture penitenziarie in due direzioni: sia nell'individuazione le situazioni problematiche, risolte distribuendo i detenuti all'interno dell'istituto in modo da evitare conflitti che possano sfociare in omicidi, sia nel sequestro di armi improprie, che potrebbero causare episodi di sangue. 

Passando ad esaminare le altre tipologie di eventi critici, emergono altri importanti spunti di riflessione, che meritano di essere posti in rilievo. In primo luogo, i suicidi vengono commessi esclusivamente dai detenuti di sesso maschile, e sono molto più numerosi tra i detenuti italiani che tra quelli stranieri. Una spiegazione di questa discrepanza potrebbe essere quella della cultura, data la provenienza di molti detenuti stranieri da Paesi di religione musulmana, che presentano in generale dei tassi di suicidio più ridotti (Barbagli-Colombo-Savona, 2003). Un altro modo di leggere questo dato consiste nel metterlo in relazione con la composizione dei detenuti per nazionalità. Gli stranieri, come abbiamo visto, sono sovra-rappresentati rispetto alla popolazione totale, quindi potrebbe essere che considerino la possibilità di trascorrere un periodo della loro vita in carcere in maniera meno remota degli italiani, i quali, come abbiamo notato, usufruiscono più facilmente delle misure alternative. Di conseguenza, gli atti di suicidio potrebbero essere commessi da detenuti che non avevano considerato la possibilità di scontare dei periodi di detenzione relativamente lunghi. Se esistessero dei dati relativi ai reati e al periodo di permanenza presso le strutture detentive da parte dei detenuti, sarebbe possibile svolgere delle analisi più accurate in merito.

Nel caso dei suicidi tentati, si registra un ribaltamento delle posizioni, coi detenuti stranieri che tentano di togliersi la vita in misura maggiore rispetto agli italiani, anche se, le tra  le detenute, le straniere compiono questo atto in maniera molto più sporadica rispetto alle italiane. I tentati suicidi spesso rappresentano degli atti dimostrativi, attraverso i quali i detenuti esprimono la loro insofferenza nei confronti della condizione di detenzione che si trovano costretti a vivere. Nella  categoria  dimostrativa-espressiva rientrano anche gli atti di autolesionismo, che vedono una netta prevalenza degli stranieri. Il dato generale parla chiaro, evidenziando che i reclusi non italiani compiono tali atti in misura tre volte maggiore rispetto agli autoctoni, malgrado ancora una volta, se disaggreghiamo i dati per sesso, emerga come le donne italiane si mostrino più propense a compiere questi atti dimostrativi rispetto alle loro colleghe di detenzione straniere.

Anche in questo caso si può ipotizzare un fattore culturale come la principale causa di questo scarto. Le italiane hanno assimilato ed elaborato una cultura orientata alla responsabilità individuale, che ne favorisce l'attitudine a compiere attitudini dimostrative come l'autolesionismo.

Una tendenza analoga appare confermata dai dati relativi ai ferimenti, con le detenute donne di nazionalità italiana che denotano una tendenza a ferire le compagne di detenzione superiore di una volta e mezzo rispetto alle straniere. Viceversa, il dato generale, mostra una propensione più elevata dei detenuti stranieri a ferire altri reclusi (6,97%, contro il 3,14%degli italiani). Anche in questo caso, se esistessero dei dati più accurati rispetto ai ferimenti, come la nazionalità della vittima, il grado di giudizio di compie questi atti, il quadro sarebbe molto più articolato, e ci consentirebbe di analizzare questo aspetto importante della detenzione più in profondità.

I dati in nostro possesso, tuttavia, ci consentono una comprensione sufficientemente ampia dei fenomeni oggetto della nostra analisi. Rispetto agli eventi critici, è evidente come una maggiore propensione degli stranieri verso tali atti va messa in relazione con altri due fenomeni. Il primo è relativo al sovraffollamento, che deteriora in maniera significativa le condizioni di vivibilità delle carceri italiane, alimentando l'insofferenza verso la detenzione, che spesso non trova altri sbocchi che la commissione di atti dimostrativi di natura individuale.

Il secondo fenomeno concerne la massiccia presenza dei detenuti stranieri all'interno delle carceri italiane, che spesso comporta sia la riproposizione di conflittualità locali nel contesto italiano, sia la nascita di conflitti tra nazionalità diverse. In questo scenario, affiorano i mali endemici delle carceri italiane: fatiscenza, insufficienza del personale trattamentale, sovraffollamento, mancanza di policies a medio termine che affrontino i mutamenti strutturali conseguenti al cambiamento della tipologia della popolazione detenuta, e che quindi preparino il reinserimento nel tessuto sociale piuttosto che riprodurre la marginalità e le condotte recidive.

 

Conclusioni

In questo contributo abbiamo analizzato la condizione degli stranieri nelle carceri italiane. Partendo dai dati relativi alla loro presenza e alla nazionalità, abbiamo analizzato la loro posizione giudiziaria, l'accesso alle misure alternative e gli eventi critici. Il quadro che ne emerge è sostanzialmente controverso, in quanto denota sia elementi di criticità, sia interessanti trasformazioni e prospettive di cambiamento.

Da un lato è vero che continua la tendenza relativa alla sovra-rappresentazione dei detenuti stranieri all'interno delle carceri italiane, così come la presenza degli stranieri tra i detenuti italiani continua ad esserci una presenza maggiore degli stranieri tra i detenuti in attesa di giudizio.

Questi dati possono ancora essere spiegati attraverso il panico morale suscitato dai migranti presso l'opinione pubblica italiana, dalla maggiore attenzione che questi, di conseguenza, ricevono da parte degli apparati di polizia e dalla magistratura, dall'insufficienza delle risorse materiali e simboliche a loro disposizione.

Dall'altro lato, i dati relativi agli altri gradi di giudizio dimostrano come gli stranieri stiano integrandosi all'interno del sistema penale italiano nella misura in cui presentano appello e ricorrono in Cassazione, non accettando passivamente le sentenze a loro sfavorevoli e acquisendo maggiore consapevolezza dei deficit che sono all'origine della loro sovra-rappresentazione all'interno del sistema penale. Anche i dati relativi alle misure alternative mostrano che gli stranieri cominciano ad inserirsi nel circuito più ampio dell'esecuzione penale, e ad uscire dall'ambito ristretto della mera reclusione.

Infine, bisogna sottolineare i dati relativi alle nazionalità dei detenuti, per la maggior parte appartenenti alle ondate migratorie “storiche”, vale a dire Marocco, Tunisia, Albania, Romania. Questi dati, se messi in relazione con le cifre generali relative all'immigrazione, dimostrano che lentamente, per gli stranieri, si sta passando la soglia dell' incapacitazione collettiva.

Gli immigrati rappresentano ormai una presenza stabile del panorama sociale italiano, per cui ci sentiamo di affermare che la sfera penitenziaria, in questo contesto, si stia trasformando in misura crescente in un canale di integrazione di una nuova fascia di cittadini, sulla falsariga di quanto avveniva negli USA all'inizio del XIX secolo. Il miglioramento della loro condizione all'interno del sistema giudiziario-penale, di pari passo con gli Italiani, può verificarsi solo in seguito a misure come la depenalizzazione di certi reati come il consumo di stupefacenti, nonché attraverso l'allentamento della morsa securitaria che ha non poco contribuito ad alimentare il panico morale degli ultimi anni e il potenziamento delle figure predisposte al trattamento e alla risocializzazione all'interno delle carceri. Tuttavia, alcune misure specifiche per i detenuti stranieri si rendono necessarie, come l'implementazione dei mediatori culturali, il potenziamento della rete relazionale con la comunità di riferimento sul territorio, misure di alfabetizzazione e formazione professionale.

In altre parole, si tratta di passare gradualmente dalle politiche penali a quelle sociali. In tempi di recessione, è difficile pronosticare se sia possibile.

 

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[10] Billeri,D., Donne in carcere vent’anni dopo, , in Le prigioni malate, cit., pp.142-153.

[11] Associazione Antigone, 2002, cit.; Gonnella, P., Diginità umana e vita penitenziaria, in Anastasia, S., Gonnella, P., Zevi, L., Il corpo e lo spazio della pena, pp.195-204, Ediesse, Roma, 2011.

[12] Mosconi, G., Sarzotti, C., Dentro ogni carcere, L’Harmattan, Torino, 2006.

[13] Pavarini, M., La criminalità punita, in Storia d’Italia, Annali, vol.XVI, pp. 621-658, Einaudi, Torino, 2008.

[14] Ruggiero, V., Movimenti nelle città, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.

[15] Nelken, D., Zanier, M.L., I tempi della giustizia, in Sociologia del Diritto, 1/2006, pp. 72-89.

[16] Baratta, A., Dal diritto alla sicurezza alla sicurezza dei diritti, in Palma, M., Anastasia, S., La bilancia e la misura, Editori Riuniti, Roma, 2001, pp.32-59.

[17] Goffmann, E., Asylums, Einaudi, Torino, 2002.